Palazzi
 

PALAZZO COMUNALE

Il Palazzo Comunale sorge di fronte al “Palazzotto del Podestà”. Lo spazio su cui fu costruito questo edificio fu acquistato dalla comunità morrovallese nel XIV secolo. Fu edificata una casa di terra di piccole dimensioni che doveva servire da Cancelleria ossia da Segreteria del municipio.

Non sappiamo per quanto tempo l’edificio rimase di queste dimensioni ma sappiamo che nel XIX secolo e precisamente nel 1802 la nuova sede fu adattata ad esigenze municipali.

L’esterno del palazzo presenta un lungo porticato ad archi a tutto sesto poggiato su tozze e squadrate colonne.

I due piani superiori hanno un numero di finestre quanti sono gli archi sottostanti intervallate due a due da una leggera lesena. Al centro dei due piani compare l’orologio.

Le bianche lapidi di marmo, esaltano le gesta legate al sacrificio di uomini semplici al patriottismo di quanti hanno creduto alla grandezza dell’Italia nell’epoca risorgimentale o nelle guerre coloniali.

Nella facciata laterale sono inseriti lo stemma del cardinale Mimo (1312) e una lapide a ricordo delle ultime vicende militari (39/44).

All’interno il Palazzo non conserva niente di clamoroso. Fino al 1964 esisteva un teatrino affrescato con tre ordini di palchi e il telone del sipario dipinto dall’artista Gaetano Galassi di Fermo. È andato tutto distrutto, la stanza è adibita a Sala Consigliare.

Nei locali della Segreteria Comunale in pareti diverse sono murate due pietre scolpite.

Una evidenzia l’immagine di un grosso volatile con una scritta non facilmente decifrabile, si tratta di uno stemma di famiglia. L’altra è lo stemma di una persona che ha rivestito dignità cardinalizie, con in alto un ampio cappello cardinalizio e al centro un’aquila coronata segno di regalità e potenza. In basso sono scolpiti due marchingegni bellici a difesa di un patrimonio di Fede contro gli scimastici e a salvaguardia di un potere temporale acquisito.

Accanto alla sede municipale è la trecentesca Torre Civica. tozza, squadrata e con merli ghibellini alla sommità.

 


CASA ROMAGNOLI

Dagli annuali turistici è segnalata tra le più antiche case di questa cittadina.

Questa struttura in pessimo stato, testimonia la presenza nella zona di maestranze dalmate che lavoravano per committenti veneti.

Nell’archivio storico, difatti esistevano carteggi (ora trafugati) con sigilli in pasta e lacci in seta che testimoniano il rapporto con la “Serenissima”.

Quindi, Morrovalle come molte altre cittadine delle Marche testimoniano il legame Marche - Veneto nell’attività architettonica, conseguenza di quel più stretto rapporto delle due regioni nell’attività pittorica, con le scuole sanseverinate e tolentinate.

In facciata, il portale d’ingresso posto centralmente e le finestre nel piano superiore, per i loro aspetti qualitativi, riferiscono di una stagione tardo gotica. Il portale d’accesso è la risultante di due sistemi di copertura: ogivale esterno profilato con delle sottili cornici e un arco ribassato interno decorato con motivi a girali. Anche le finestre trilobate alcune con degli elementi ornamentali, sono un tipico esempio di tradizione gotica. Tutti questi abbellimenti conferiscono una certa dignità all’edificio considerando soprattutto che si tratta di una casa privata.

A sinistra, al piano terra si può notare una piccola porta ora tamponata.Questa veniva chiamata la “porta del morto” e serviva a far transitare la bara di un familiare defunto.

 


 
 

PALAZZO LAZZARINI

Palazzo costruito nel XIV secolo. E’ stato più volte trasformato per cui presenta una commistione di elementi originali insieme a quelli ricostruiti in stile neo-gotico.

L’origine di questo palazzo è collegata alla venuta del capostipite dei Lazzarini, il conte Werner della famiglia dei conti di Lenzburg, calato in Italia dalla Germania nel 1053 con Federico di Lorena in aiuto del Papa San Leone I. Costui si impossessò del castello di Morro e lo ampliò. Da qui complessa e ricca è la storia della famiglia Lazzarini.

Il castello di Morro fu diverse volte conteso tra questa famiglia e il vescovo di Fermo.

Nel 1164 Guarmiero IV della famiglia Lazzarini perse il castello di Morro in favore del vescovo di Fermo Baligano. Poi vennero Gualtiero e Lazzarino da cui ebbe origine il cognome dei Lazzarini.

All’interno del palazzo c’era una lapide del 1247 a ricordo di un restauro avvenuto dopo la battaglia del 1245 combattuta tra le fazioni legate alla Chiesa di Roma e quelle all’imperatore Federico II di Svevia.

Il restauro avvenne per volere di Lazzarini dopo aver conquistato il castello. Lo perse nel 1248 perché cacciato dalla comunità di Morrovalle.

Sul fronte del palazzo una ulteriore lapide testimonia di un secondo restauro avvenuto nel XVIII secolo. Questa iscrizione è posta sopra il portale centrale d’accesso all’edificio.

Quest’ultimo costituisce l’elemento più importante del complesso. In stile gotico con colonne a torciglione rappresenta il riutilizzo di un materiale più antico inserito in un architettura neo-gotica. Esso apparteneva ad un castello che i Lazzarini avevano nella frazione di S. Lucia, fatto demolire nel 1500 da Papa Giulio II (imparentato ai Lazzarini) per alcuni misfatti operati dai membri di quella famiglia.

Al centro della facciata si nota anche lo stemma della famiglia: un grande delfino abboccante un delfino piccolo.

Nei due piani superiori una serie di finestre incorniciate con elementi decorativi, alla sommità un cornicione con motivi incrociati e una lunga fila di merli ghibellini aggiunti in epoca recente.

 


PALAZZO NADA VICOLI

Questo edificio, del secolo XVII, è stato il convento dei Padri Agostiniani. Una pietra murata porta la data 1630. L’origine del convento si rivela da una bolla di Giovanni XXII del 13 marzo 1333, con cui si poneva fine ad una lite tra Padri Francescani e Padri Agostiniani, che già nel 1308 cominciato a fondare il loro convento.

Una relazione del 1650 attesta che gli antichi documenti sul convento andarono distrutti per un incendio all’archivio pubblico, inoltre riferisce che la chiesa era situata tra due piazze e che nel convento annesso dimoravano dieci o dodici religiosi. Il succedersi regolare delle congregazioni si interruppe quando i Francesi entrarono nel 1797 nelle Marche e nel 1808 occupata da Roma, Napoleone pose fine allo Stato Pontificio e nel 1810 emanò un decreto di soppressione di tutti gli istituti religiosi.

Il convento fu soppresso in quell’anno, l’edificio e i beni passarono al demanio napoleonico e fu trasformato in locale d’uso pubblico.

L’edificio eretto nella parte retrostante della chiesa di S. Agostino, forma con quest’ultima un unico corpo.

L’impianto volumetrico della parte conventuale è complesso per le continue aggiunte di corpi di fabbrica, comunque si può ricondurre alla composizione di due corpi quadrangolari disposti a “L”. I prospetti, ortogonali tra loro, chiudono e arricchiscono la piccola piazza su cui si affaccia anche la chiesa di S. Bartolomeo.

Le due facciate principali a mattoni, faccia a vista, seguono la teoria dei tre ordini sovrapposti: il primo di finestre di forma quadrangolare con cornici in cotto caratterizza i locali seminterrati;

il secondo di finestre di forma rettangolare con cornici di mattoni più ricche che salgono e si raccordano con i timpani arcuati;

il terzo di finestre uguali a quelle del secondo ordine con l’unica differenza nel timpano questa volta triangolare.

L’ingresso dell’edificio è posto centrale, rialzato rispetto alla quota della piazza antistante. Si accede ad esso oltrepassando una originale rampa semi-ottagonale in mattoni.

Delle cinque finestre dei due ordini superiori, quella sormontante il portone d’ingresso è stata modificata per costruire un balcone sorretto da una mensola in materiale lapideo. Sui prospetti che si affacciano sui vicoli si aprono due finestroni, posti al termine di lunghi corridoi interni. All’interno il collegamento dal piano terra ai superiori è affidato ad uno scalone in marmo rosa, attribuito al Vanvitelli.

L’antico edificio inoltre è arricchito da un modesto cortile con pozzetto centrale.

In questo palazzo visse Lalla Nada, scrittrice, precorritrice della poesia crepuscolare.

La scrittrice si sposò con Vincenzo Vicoli, giornalista, amico di D’ Annunzio. La signora quindi conobbe D’ Annunzio che firmò la lettera prefazione al libro “Versi”, del 1905.

La scrittrice morì in quest’edificio a quasi 100 anni.

Ora in alcuni ambienti del Palazzo è ospitato il Museo internazionale del Presepio, il resto è occupato da privati.

 


 
 

PALAZZO PODESTA’

Costruzione completamente ristrutturata all’interno e modificata, negli anni, all’esterno.

Il palazzo è posto al centro del paese, in passato fungeva da palazzo comunale ed ospitava anche il Sacro Monte di Pietà sin dalla risoluzione presa dal pubblico consiglio il 25 gennaio 1475.

Furono i religiosi francescani a promuovere quest’ente ed a procedere con esso i moderni istituti bancari.

Fu forse S. Bernardino a sperimentare l’iniziativa, senza dare ad esso il crisma della validità giuridica. Poi fu il comune nel 1475 a costituire legalmente il Monte, per liberare i cittadini dagli usurai ebrei. Sappiamo che fu legato alla Confraternita del S.S. Sacramento intorno al 1500, di cui è rimasto a testimonianza sopra il portale, lo stemma in pietra.

Nel corso degli anni, l’edificio accolse altre realtà, quali la Gendarmeria Pontificia, l’opificio e in seguito gli uffici tecnici comunali, gli ambulatori della USL.

In origine, questa struttura, costruita in mattone aveva alle finestre e ai portali cornici ornamentali di pregevole fattura, di gusto gotico, Come si può notare dall’unico portale, posto sulla sinistra, finemente ornato. Altro elemento antico, quali i merli ghibellini, testimoniano un periodo di lotte sanguinose che ha visto la gente di Morrovalle per la fazione imperiale in contrapposizione a quella della Chiesa Romana. Il resto dell’edificio ha subito modifiche per adattarsi ai lavori del centro storico, così la struttura è stata mutata. Le antiche finestre furono tamponate e ricostruite al loro posto altre di diversa forma, così come le porte d’accesso. Furono scalpellati tutti i motivi ornamentali (i fregi, i capitelli, le cornici) così da rendere un’antica superficie ridondante di elementi decorativi una superficie levigata.

Nonostante tutto, l’immobile è stato recentemente restaurato e sulla facciata si possono notare gruppi di lampioni in ferro battuto, opera artigiana di Menotti Simonetti.

 


PALAZZO ROBERTI

Il palazzo è una costruzione del XVI secolo rimasta incompiuta.

Ha una forma più tozza, più massiccia rispetto agli altri edifici, evidenziata ancor di più dall’elemento angolare che sporge rispetto alla facciata ed evidenzia un doppio bugnato. Il resto dell’edificio mette in risalto una serie di finestre del piano nobile con una leggera modanatura e un portale d’ingresso all’estrema destra di notevole pregio architettonico.

Dimorò in questo palazzo la marchesa Vincenza Roberti, chiamata dal popolo “Sora Cencia”. La signora ospitò più volte in questo edificio il poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli. Il poeta scrisse dei sonetti in lingua per Vincenza Roberti raccolti nel “il Canzoniere amoroso”, per questo la marchesa è stata considerata l’ispiratrice del Belli.

Il senatore Alberto Canaletti Gaudenzi raccolse questi versi in un volumetto che pubblicò nel 1929.

Gioacchino Belli morì nel 1863; la sua “Cencia” nel 1884.